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Il rumore dei tuoi passi, di Valentina D'Urbano [RECENSIONE]


Avrei dovuto aspettarmelo. Dalla copertina, dal titolo, dai colori che predominano; ogni dettaglio mi stava suggerendo la trama del libro, mi stava avvisando, mi metteva in guardia a ciò cui stavo andando incontro; ma cieca e sorda non ho voluto ascoltare e determinata ho acquistato il libro e in un paio di giorni l'ho letto. Mi sono sentita vuota, sprofondata da qualche parte sotto metri di terra, in una voragine dalla quale era dura risalire. Ci ho lasciato il cuore tra quelle pagine. Questa storia mi è entrata dentro e mi ha scavata per prendersi un posto tutto suo, mi ha depravata della speranza, dell'amore, mi ha obbligata a piegarmi su me stessa e piangere. 
Per me non è facile piangere su un libro, in molti mi emozionano, ma sono pochi quelli che mi strappano vere lacrime di dolore e su questo ci ho versato anche la mia anima. 
Alfredo e Beatrice, due bambini cresciuti insieme e divenuti adolescenti insieme. Lui, secondogenito di tre fratelli, figlio di un alcolizzato, subisce da quest'ultimo violenze fisiche e psichiche; lei, primogenita di una famiglia umile ma onesta, divide il letto con il fratello più piccolo e spesso anche con Alfredo che si unisce a loro per fuggire alla furia omicida del padre.    
La loro amicizia, profonda, si tramuta in amore giorno dopo giorno che li lega in un rapporto fatto di malintesi, gelosie, ripicche e rabbia. La passione che provano l'uno per l'altra è ben visibile a tutti meno che a loro stessi, i quali continuano soltanto a sostenere una ferrea amicizia e niente di più. 
Lentamente il loro rapporto che va via via rafforzandosi, subisce un distacco, molto graduale, così graduale che Beatrice non sa spiegarsi quando hanno cominciato ad allontanarsi.
Questo allontanamento viene visto da Alfredo come una specie di abbandono e debole di fronte al dolore e alla paura di non riuscire ad affrontare il distacco di Beatrice, inizia a frequentare amicizie poco raccomandabili e a gettarsi nell'unica cosa che riesce a renderlo privo di sensi, euforico, senza pensieri e senza preoccupazioni: l'eroina. Sarà una dura battaglia quella che Beatrice affronterà per salvare Alfredo. I due si amano, ma non sono in grado di capire se adesso l'amore è capace di aiutarli o se ormai per loro è troppo tardi. Beatrice ridurrà la sua vita a una continua lotta per stare al fianco di Alfredo, soprattutto durante il periodo di disintossicazione e in quello successivo della ricaduta. L'amore si tramuta in pietà e malinconia, in sensi di colpa per non aver fatto abbastanza, in rimorsi ed infine anche in rabbia. Poi tornerà ad essere di nuovo l'amore. Li soprannominavano I GEMELLI perché erano uguali in tutto, ma non erano uguali nella forza, nella paura, non erano uguali nel credere che la vita possa riservare loro qualcosa di meglio che un buco di quartiere malfamato. 
Una storia commovente, forte, che lascia un segno scolpito e indelebile. Una tematica attualissima e questo ne fa anche un romanzo molto consigliato che ispira alla lotta, al non arrendersi mai, neanche in situazioni drammatiche, perché ci sarà sempre da perdere per chi non ama la vita e i suoi valori. È una storia che mi ha distrutta nel profondo ma mi ha anche spinta a credere che possa sempre esistere uno spiraglio per tutti. 




Come dire ti amo ad alta voce, di Karole Cozzo [RECENSIONE]


Oggi ho intenzione di parlarvi di un libro dal titolo piuttosto semplice ma di forte impatto. Un titolo che credevo potesse rappresentare un amore fra adolescenti, fra una lei e un lui, così innamorati e così diversi. Dopo aver visto la copertina così frizzante non potevo non acquistare il libro e portarlo subito a casa sbirciando immediatamente le prime righe. Ovviamente le prime righe sono diventate prime pagine e poi primi capitoli, fino a quando l'ho terminato senza quasi neanche accorgermene.
Be', non è esattamente così in realtà, ma ne sono accorta eccome e mi è dispiaciuto. Il tema che tratta è così complesso, appartenente a un universo così lontano dalla mia sfera di vita che spesso ne dimentico l'esistenza. 
Questo libro racconta la storia di Jordyn, una ragazza di sedici anni abituata a mentire sulla sua vita privata, descrivendola come normale, semplice, senza problemi, con una madre e un padre che lavorano e si vogliono bene. Ma la vita di Jordyn non è affatto così. Lei ha un fratello, un fratello di cui non vuole parlare, che nasconde dietro mille scuse e bugie, un fratello autistico di cui segretamente di vergogna. 
Devo ammettere che all'inizio ho detestato Jordyn con tutta me stessa. Non riuscivo a credere che potesse nascondere in modo così superficiale l'esistenza di suo fratello. Certo, volergli bene non è sempre facile, come dichiara durante la lettura del romanzo, ma c'è una netta differenza tra conviverci è difficile e a volte mi sembra di non riuscirci e nascondere, negare o annullare completamente l'esistenza di questa persona.  
La riservatezza di questa ragazza risale ad anni prima e per comprenderla è necessario cercare davvero di capire cosa possa aver passato e solo allora possiamo renderci conto di quanto sia sbagliata la società. Jordyn ha un fratello, Philip, un ragazzo di un anno più piccolo di lei e autistico. Vivere con lui non è facile e ancor di più non è facile vivere in una società che non perdona, che non prova pietà. 
Jordyn nasconde questa grande verità dietro numerose scuse e bugie che racconterà non solo ad Erin, una ragazza con la quale ha legato moltissimo dopo il trasferimento nella nuova scuola, ma anche ad Alex, ragazzo verso il quale nutre un forte sentimento di amicizia e di amore. Per un intero anno Jordyn è riuscita a mantenere segreta l'esistenza di suo fratello, ma adesso le cose stanno per cambiare e suo fratello Philip sarà costretto, per un periodo di tempo, a frequentare la sua stessa scuola.  



Non significo niente per lui, non ho nessun impatto sul suo mondo.
Potrei tranquillamente essere un'estranea qualunque, 
che esiste solo per dargli fastidio.
Potrei essere un oggetto.


Karole Cozzo affronta molto bene questa tematica importante, in modo delicato e come in punta di piedi entra in noi e ci apre gli occhi e la mente a quella che è la vita di chi sta a fianco di queste persone. Molto spesso ci soffermiamo a pensare a come possono stare i malati di autismo, ma difficilmente ci chiediamo come vive chi sta loro accanto
La frase di Jordyn mi ha lasciato un grande senso di vuoto e tristezza, continuare a leggere che nonostante l'amore, il bene che provi per quella persona, nonostante tu glielo dica e ripeta, sapendo bene che non sarai mai ricambiato, e nonostante tutto ci provi ancora e continui a provarci, senza mai smettere. E quello che pensa la madre, che sa di volergli bene, ma a volte saperlo e averne la certezza è diverso dal provarlo... Detto così potrebbe sembrare cattiva e brutta come cosa, certo le sensazioni che dà non sono affatto piacevoli, tuttavia mi rendo conto che certe situazioni mettono seriamente in difficoltà le persone, anche le più pazienti, e che sapere di voler bene a persone con caratteristiche simili è comunque un dato di fatto già abbastanza reale da considerarlo meritevole. 
Nel corso della storia avremo un evolversi strabiliante, soprattutto un cambiamento impressionante in Jordyn che donerà tenerezza alla storia e che alla fine la farà risultare simpatica e ammirevole. 
E come in ogni storia adolescenziale che si rispetti, anche qui, parallelamente, ci sarà un amore, vittima di incomprensioni e paure, ma che col tempo imparerà ad affrontare. 
  


Colpa delle stelle, di John Green [RECENSIONE]


Sempre più spesso mi capita di innamorarmi di questo autore e dei personaggi che crea, più di quanto voglia ammettere veramente. Ha un modo unico di rendere le cose invisibili, speciali ed uniche. Un po' come quando capita di meravigliarsi per qualcosa oppure iniziare a credere che una determinata situazione diventi improvvisamente diversa, e l'immagine che era frammentaria si unisce, rivelando la realtà per quello che è: una magnifica verità. Tutto appare sotto una luce diversa se viene visto in un determinato modo. Quello che John Green riesce a fare è rivelare la realtà, spogliarla di tutte le sue vesti fittizie e renderla viva, allo scopo di espandersi e di farsi notare. È un grido silenzioso quello che emerge da questi romanzi. 
Leggendo Colpa delle stelle ho avuto come la sensazione di venire catapultata in un romanzo un po' goffo, rude in superficie, una storia d'amore malamente incastrata in un brutto puzzle. Non è semplice riconoscere l'arte e il genio già dalle prime righe, almeno, io non ne sono capace. Ho difficoltà a volte a capire cosa uno scrittore voglia trasmettere, e allora finisco per basarmi sostanzialmente sulle sensazioni che la narrazione mi regala. Che siano belle, brutte o che mi facciano sognare; che siano esse vere o inventate, che riescano o meno a catapultarmi in un mondo magico, dove quando ne esco provo un doloroso senso di perdita. Ed è proprio questo che voglio dire. Nonostante la goffaggine, o l'impressione parzialmente brutta, alla fine le storie di John Green riescono a sorprendermi proprio per il loro lato fragile, semplice, umano. C'è molto di umano in ciò che lui scrive. Spesso ho come l'impressione che John Green non sia uno scrittore, ma una sorta di studioso delle sensazioni e dei desideri umani, comprese le angosce, soprattutto quelle. Tanto per fare un esempio, in questo romanzo tutto si catapulta e quello che credevamo sin dall'inizio va perdendosi e cambiando radicalmente, fino a dimostrarci che non è come viene costruito un romanzo che fa della persona uno scrittore, ma quanto una storia si sconvolga da sola che fa della narrazione la vita vera.
Qui abbiamo due ragazzi, Hazel Greace e Augustus, che si incontrano durante una seduta con il gruppo di supporto. Entrambi sono acuti e piuttosto maturi per la loro età; ma quale malattia non ti obbliga a crescere più in fretta? Quale dolore non necessita un repentino cambio di prospettiva? Entrambi hanno vissuto la malattia del cancro e nonostante la forza che possiedono sono costretti a conviverci giorno dopo giorno. Sarà forse ciò a renderli uniti, forse l'entusiasmo che hanno, la luce che riescono a far brillare attorno a loro anche se il resto del mondo tace. In fondo l'amore può fare miracoli. Sarà l'amore il punto di forza di questa storia, il pilastro portante che ci porterà fino alla fine, fino a conoscere uno strano scrittore, Peter Van Houten, oramai uomo ridotto in schiavitù dall'alcol e autore di Un'imperiale afflizione, romanzo che tortura Hazel Greace dal momento stesso in cui ha terminato di leggerlo. Il suo epilogo inconcluso fa nascere in Hazel Greace un forte sentimento di curiosità che la spingerà a scrivere direttamente all'autore stesso che però ignorerà completamente le sue richieste, fino al giorno in cui, per una fortuita coincidenza, Hazel Greace e Augustus riusciranno direttamente ad incontrarlo ad Amsterdam. 
L'autore di Un'imperiale afflizione però, non è esattamente come i due ragazzi si aspettavano che fosse, la realtà che li aspetta è ben diversa da come la immaginavano, ma forse, il loro viaggio ad Amsterdam non è del tutto "tempo perso"... e il loro amore sboccerà sorprendendoli. 



MI HAI REGALATO UN
PER SEMPRE DENTRO UN NUMERO FINITO


È un romanzo toccante e profondo sotto ogni suo aspetto, leggendolo temevo di arrivare alla fine, perché avevo paura di provare quel senso di perdita, di vuoto, quella mancanza che provo sempre quando una storia mi lascia il segno. Mi ha dato tempo e modo di riflettere e di accorgermi di quanto molte cose siano importanti, per esempio anche un piccolo gesto, ripetitivo, può essere distintivo di una persona e renderla speciale. 
Niente comunque è dato al caso e nonostante alla fine del libro non sapremo se l'olandese dei tulipani era una persona onesta, quello che sarà certo e che continueremo la nostra vita con qualcosa in più.