Tartarughe all'infinito, John Green [RECENSIONE] ☆☆☆



"Quella è Tau Ceti. È a dodici anni luce di distanza, simile al nostro Sole ma un po' più piccola. Due dei suoi pianeti potrebbero essere abitabili... Probabilmente no, ma chi lo sa. Mi piace guardarla e pensare a come appare la luce del Sole a qualcuno del sistema solare di Tau Ceti. In questo momento vedono la nostra luce di dodici anni fa".

John Green è un autore che riesce a scrivere le storie più assurde come se fossero vere, reali. Come se esistessero già da qualche altra parte, prima che nella sua testa. E una parte di me sa che non è così, che non sono vere. Ma l'altra parte sa che invece lo sono. Ed è per questo che amo e odio le sue storie. Esattamente come Tartarughe all'infinito, una storia che non sai se amare o meno, una storia che lascia in sospeso molte domande e che apre molte altre porte. Una storia così assurda da essere inverosimile e che lascia un po' l'amaro in bocca.

"Sono tartarughe all'infinito".
"Sono tartarughe all'infinito, cazzo Holmesy. Tu stai cercando di trovare la tartaruga alla base della pila, ma non è così che funziona".
"Perché sono tartarughe all'infinito".

È un mondo particolare quello dove vive la sedicenne Aza Holmes, un mondo solo suo, fatto di paure, tremori incontrollabili, ossessioni pure. Quello che a tutti sembra facile, per lei rappresenta un ostacolo insormontabile. Giocare a pallone, sedersi a mensa, rendersi parte di una conversazione, poter vivere un momento senza pensare alla morte, alla distruzione, all'incapacità di poter essere se stessa.
Milioni di batteri invadono il suo corpo, la rendono vulnerabile, fragile, ossessionata, maniaca del controllo, terrorizzata dalla morte. Quello che però non comprende è che la morte è già dentro di lei, con le sembianze della paura, la consapevolezza di non riuscire, il dolore di non avere modo di fare diversamente. L'orrore di scoprire di essere un giocattolo in mano al destino, ai batteri, alla vita che gioca con lei come vuole. Di non poter avere in mano le redini della situazione.
Fra tutti i libri che ho letto di John Green, questo non è uno di quelli che ho amato di più, tuttavia continuo a pensare alle tartarughe all'infinito, e questo qualcosa vorrà dire. La Terra come una distesa piatta poggiata su una tartaruga gigante, che poggia anche lei su una tartaruga gigante, perché sono tartarughe all'infinito, e anche se non è vero, a volte mi sento un po' così, come se non ci fosse niente alla base della vita stessa, ma siamo fatti solo per andare avanti.
Un po' come si sente Aza Holmes, nelle mani del destino, preda dei suoi stessi batteri, il suo corpo visto come una sorta di incubatrice batteriologica, una bomba pronta ad esplodere.

TRAMA
Indagare sulla misteriosa scomparsa del miliardario Russell Pickett non rientrava certo tra i piani della sedicenne Aza, ma in gioco c'è una ricompensa di centomila dollari e Daisy, Miglior e Più Intrepida Amica da sempre, è decisa a non farsela scappare. Punto di partenza delle indagini diventa il figlio di Pickett, Davis, che Aza un tempo conosceva ma che, pur abitando a una manciata di chilometri, è incastrato in una vita lontana anni luce dalla sua. E incastrata in fondo si sente anche Aza, che cerca con tutte le forze di essere una buona figlia, una buona amica, una buona studentessa e di venire a patti con le spire ogni giorno più strette dei suoi pensieri. Nel suo tanto atteso ritorno, John Green, l'amatissimo, pluripremiato autore di Cercando Alaska e Colpa delle stelle, ci racconta la storia di Aza con una lucidità dirompente e coraggiosa, in un romanzo che parla di amore, di resilienza e della forza inarrestabile dell'amicizia.


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